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Addio Quantitative easing: cosa cambia per i prestiti personali

pubblicato da il 13 dicembre 2018

Nel 2019 la Banca centrale europea interromperà il Quantitative easing, il piano straordinario di acquisto di titoli di debito pubblici e privati avviato da Francoforte nel marzo 2015 e mirato a dare liquidità ai mercati, garantendo bassi tassi di interesse.

Il programma di “alleggerimento quantitativo” (meglio noto in gergo come “Qe”) è proseguito a un ritmo di 60 miliardi di euro al mese fino a marzo 2016, per poi salire a 80 miliardi fino a marzo 2017 e tornare a 60 miliardi fino a dicembre 2017. Questi i livelli ritenuti necessari dalla Bce per perseguire il raggiungimento del proprio obiettivo istituzionale di mantenere un tasso di inflazione nell’Eurozona su livelli inferiori ma vicini al 2%. Alla luce del miglioramento del quadro congiunturale, l’istituto guidato da Mario Draghi ha deciso all’unanimità di interrompere, seppure gradualmente, il programma di stimoli monetari: dal 1° gennaio 2018 gli acquisti sono così passati a 30 miliardi di euro e infine, nell’ultimo trimestre del 2018, a 15 miliardi mensili. Nel 2019, se le prospettive di inflazione saranno confermate, il programma sarà definitivamente interrotto, fatto salvo il reinvestimento del denaro già impegnato man mano che i titoli verranno a scadenza. Come deliberato dal Consiglio direttivo di Francoforte nel meeting del 25 ottobre 2018, la re-immissione della liquidità originata dal Qe proseguirà «per un prolungato periodo di tempo dopo la conclusione degli acquisti netti di attività e in ogni caso finché  sarà necessario per mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio grado di accomodamento monetario».

È evidente che, per quanto soft, la conclusione del Qe comporterà effetti significativi per tutti gli operatori del sistema economico: dai governi al sistema bancario, dalle imprese alle famiglie. Dopo anni di tassi a zero o addirittura finiti in territorio negativo, nel medio periodo si registrerà una loro risalita, anche se ciò dipenderà soprattutto dalla politica monetaria della Bce (rincaro dei tassi di rifinanziamento e di deposito), più che dal “tapering”, ossia dallo stop agli acquisti di titoli.

Uno degli obiettivi del Qe, d’altronde, è proprio quello di stimolare il credito al settore privato, in modo da spingere i consumi e favorire in questo modo la risalita dell’inflazione. È pertanto logico che lo stop all’espansione monetaria provoca sulla carta una contrazione dei prestiti disponibili e tassi più elevati.

Sotto questo profilo, tuttavia, le famiglie interessate a contrarre finanziamenti personali possono stare abbastanza tranquille. L’attuale situazione di liquidità del sistema bancario nazionale non lascia presagire alcuna situazione di credit crunch. E a prescindere dall’addio al Qe, i tassi della Bce e di conseguenza quelli interbancari rimarranno sui livelli attuali fino all’estate del 2019. Dopodiché è atteso un rialzo, che sarà tutt’altro che brusco.

È quindi verosimile prevedere che, almeno per tutto il prossimo anno, le condizioni di mercato resteranno piuttosto favorevoli a chi è interessato a ricorrere a un finanziamento per acquistare un’auto, per rimodernare l’arredamento della casa o per pagare un master universitario al proprio figlio.

A confermare il momento positivo per i prestiti alle famiglie è stata recentemente anche l’ABI, con il bollettino mensile per il mese di ottobre. Alla data del 30 settembre 2018 il mercato dei prestiti ha fatto segnare una crescita del 2,1% rispetto alla stessa data del 2017, confermando una tendenza contraddistinta dal segno più in essere già da oltre due anni. Sempre nel mese di settembre i tassi di interesse medi applicati dalle banche ai prestiti alla clientela hanno fatto segnare i minimi storici, con un valore del 2,58% (in leggero calo rispetto al 2,6% di agosto, ma se si pensa al 6,18% dell’era pre-crisi, cioè la fine del 2007, la differenza è lampante).

Nel medio periodo, come detto, il consensus prevede invece una risalita dei tassi. Il trend sarà generalizzato e riguarderà i titoli di stato, i tassi attivi della raccolta bancaria, così come i tassi passivi sui mutui e sui prestiti personali. Resta tutta da verificare la tempistica. Che, in ogni caso, non sarà rapida. Un precedente significativo per provare a capire come si muoveranno i tassi sui prestiti una volta esaurita l’iniezione di liquidità avvenuta con il Qe potrebbe essere l’esperienza registrata negli Stati Uniti d’America.

Nel 2014 la Federal Reserve ha posto fine al suo maxi-programma di acquisto di titoli avviato nel 2009, che ha portato a quintuplicare il proprio bilancio a un ritmo arrivato a 85 miliardi di dollari al mese. Il soft tapering posto in essere da Washington, unito ai successivi rialzi di tassi operati dalla Fed, ha portato a una crescita dei tassi interbancari (Libor) e inevitabilmente a quella dei tassi praticati alla clientela privata.

È lecito supporre che anche Francoforte seguirà lo stesso copione, salvo il sopraggiungere di situazioni di criticità o di un rallentamento della crescita economica dell’Eurozona (le cui avvisaglie si sono peraltro intraviste negli ultimi mesi).

In base alle simulazioni effettuate dagli analisti, qualora i tassi Euribor seguissero le medesime dinamiche dei tassi Libor americani, solo alla fine del 2019 sarà possibile tornare a valori sopra lo zero, mentre per raggiungere la soglia dell’1% si potrebbe dover aspettare il 2021. Poiché i tassi annui nominali (TAN) dei prestiti si determinano applicando uno spread a un parametro Euribor, di regola quello a 3 mesi, il rincaro degli interessi sui finanziamenti personali agirebbe di conseguenza.

Si tratta di stime che però non possono godere di riscontri analitici, alla luce delle peculiarità dei contesti di partenza, delle differenti strutture dell’economia di Europa e Usa, dei diversi compiti istituzionali attribuiti a Federal Reserve (che prevede anche il raggiungimento della piena occupazione) e Bce (stabilità dei prezzi).

Se si aggiunge il fatto che i livelli attuali dell’Euribor si attestano su valori inferiori ai minimi registrati negli USA nell’ambito del piano straordinario di espansione monetaria, i tempi potrebbero dilatarsi ulteriormente. Una buona notizia per chi deve chiedere un prestito alla banca o a una finanziaria, che potrà continuare ad avvalersi di tassi contenuti (ancorché in leggero rialzo) anche nei prossimi due-tre anni

Autore

Foto AutoreMarchigiano di nascita, vive e lavora a Milano dal 2006. Valerio, giornalista professionista, scrive di diritto, fisco (nazionale e internazionale), e giustizia tributaria per ItaliaOggi.

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