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Voci di spesa prestiti: quali costi non sottovalutare

pubblicato da il 8 febbraio 2019

Che si tratti di cambiare auto o di sostituire la cucina, di effettuare cure dentistiche particolarmente onerose o di pagare una vacanza esotica, chiedere un prestito a una banca o a una società finanziaria è una soluzione sempre più alla portata della maggior parte delle famiglie italiane.

I dati diffusi dall’Osservatorio Prestiti di Facile.it e Prestiti.it evidenziano che nel 2018 i consumatori hanno cercato di ottenere in media circa 10.000 euro, con una durata dei prestiti personali e finalizzati di 62 mesi (vale a dire poco più di cinque anni). Così facendo, chi deve sostenere la spesa può farvi fronte grazie al capitale preso a debito, impegnandosi a restituire a poco a poco l’importo, maggiorato degli interessi pattuiti, secondo le modalità e i termini previsti dal contratto.

Data l’ampiezza dell’offerta presente sul mercato e considerata la rilevanza del tema, che finisce per incidere ogni mese sul bilancio familiare del debitore, è quindi necessario riuscire a orientarsi in maniera adeguata. Solo così facendo è possibile scegliere il prodotto più conveniente, tra quelli che rispondono alle necessità del richiedente.

Per determinare il costo reale del finanziamento molte persone commettono quella che si può definire una “leggerezza”: affidarsi soltanto all’analisi del tasso nominale annuo (TAN). È indubbio che, trattandosi di un prestito di denaro, la remunerazione di quest’ultimo corrisposta dal debitore al creditore rappresenti senz’altro la voce di costo più rilevante.

Tuttavia, il TAN non è l’unico parametro da considerare. Limitarsi a comparare soltanto il saggio di interessi può rivelarsi fuorviante, in quanto in qualsiasi formula di prestito esistono altre voci di costo che aumentano l’esborso finale. Da qui l’esigenza di valutare il tasso annuo effettivo globale (TAEG), che oltre a tenere conto della periodicità effettiva delle rate comprende anche le spese accessorie. Vediamo quali sono.

Una prima voce di norma presente nei contratti di prestito è data dalle spese di istruttoria, talvolta definite anche spese per la stipula. Si tratta della somma dovuta a seguito della presentazione della domanda di finanziamento. Per questo motivo, in molti casi tali commissioni risulteranno dovute all’intermediario anche nell’ipotesi di rifiuto del prestito. Gli importi possono essere determinati in misura fissa (esempio: 100 euro) oppure in misura variabile (esempio: 1,5% del capitale richiesto). In quest’ultimo caso, tuttavia, può essere previsto un “floor” minimo, al di sotto del quale la commissione diventa comunque fissa (esempio: 1,5% del capitale, con un minimo di 100 euro; in questo caso se si richiedono 5.000 euro la commissione di istruttoria variabile sarebbe di 75 euro, ma il richiedente deve comunque versare 100 euro). In caso di esito positivo dell’istruttoria, questo onere viene capitalizzato nel prestito e quindi “spalmato” sull’intera durata del finanziamento.

Una seconda voce tipica dei prestiti è data dalle spese di incasso rata. Anche qui le cifre variano da intermediario a intermediario. Qualcuno può decidere per policy di non applicarle, altri di applicarle in misura differenziata a seconda che il conto corrente d’appoggio sia detenuto presso lo stesso istituto/gruppo o meno. In via generale tali spese possono andare da un minimo di 0,50-1 euro a un massimo di 4-5 euro per ciascuna rata. È quindi evidente che a fronte di pagamenti mensili il debitore andrà a pagare fino a 40-60 euro in più all’anno. Come detto, diverse banche e le società finanziarie a queste collegate abbuonano tali costi a chi è già cliente, addebitandoli solo per modalità di incasso extra-conto (per esempio chi paga con conto corrente postale).  

Non va poi dimenticata una terza clausola presente in pressoché tutti i prestiti personali e i finalizzati: le spese per estinzione anticipata del finanziamento. Può succedere frequentemente, infatti, che chi ha contratto il prestito si ritrovi a disposizione in corso d’opera una somma sufficiente per onorare il debito residuo, non posseduta inizialmente. Basti pensare a chi riceve un’eredità, oppure a chi rientra in possesso di un capitale precedentemente investito in prodotti finanziari e quindi indisponibile al momento di effettuare la spesa, oppure a chi nel frattempo vende un immobile.

I motivi per i quali una persona può decidere di restituire in anticipo le somme dovute all’istituto creditore possono essere svariati, ma spesso sono legati alla volontà di risparmiare gli interessi sulle rate ancora pendenti. In tali ipotesi i contratti di prestito possono prevedere una “penale”, definita come indennizzo o compenso omnicomprensivo per l’estinzione anticipata. I costi variano, oltre che da istituto a istituto, anche in base alla singola posizione, a seconda dell’entità dell’importo residuo e della “lontananza” della scadenza naturale del prestito (per esempio: 1% del capitale residuo se la durata rimanente è superiore a un anno, 0,5% se è inferiore).

Naturalmente in casi come questi il debitore va a risparmiare gli interessi futuri sulle rate ancora non versate, restando obbligato a corrispondere quelli maturati (anche pro-quota sull’ultima mensilità) fino al giorno dell’estinzione. Il calcolo di convenienza va quindi effettuato confrontando gli interessi futuri con la penale prevista per l’uscita dal contratto. È evidente che più la scadenza naturale si avvicina e meno è vantaggioso recedere.

Accanto a queste voci di costo che potremmo definire “classiche”, c’è poi una gamma di condizioni altrettanto standard e da non sottovalutare. Le spese per l’invio delle comunicazioni periodiche (di solito gratuite se queste avvengono per via telematica e a pagamento solo nel formato cartaceo), eventuali commissioni per la sospensione delle rate, laddove il contratto preveda questa possibilità (esempio: 20 euro per ciascun pagamento differito), gli interessi di mora per i ritardati versamenti (esempio: 2 o 3 punti percentuali in più rispetto al TAN concordato, da calcolare sui giorni di effettivo ritardo).  

Senza dimenticare il fatto che alcuni intermediari potrebbero suggerire ai richiedenti l’apertura di un conto d’appoggio presso il medesimo istituto e/o di stipulare una polizza assicurativa abbinata al prestito, che garantisca il rimborso della somma residua a fronte di morte, perdita di lavoro o invalidità del debitore. È bene precisare comunque che tali soluzioni non sono obbligatorie e andrebbero valutate separatamente.

Questo il quadro complessivo da analizzare ogni volta che si vuole richiedere un finanziamento. Solo mettendo insieme tutti questi tasselli è possibile comporre il mosaico intero e valutare, a parità di condizioni, quale è la soluzione più adatta. Scoprendo magari con un po’ di stupore che un finanziamento che presenta un TAN più elevato alla fine dei conti costa meno di un altro con tasso di interesse nominale inferiore.

Autore

Foto AutoreMarchigiano di nascita, vive e lavora a Milano dal 2006. Valerio, giornalista professionista, scrive di diritto, fisco (nazionale e internazionale), e giustizia tributaria per ItaliaOggi.

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