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Senza il gas russo l'Italia può funzionare?

8 mar 2022 | 3 min di lettura | Pubblicato da Marco Brando

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Senza il gas russo, l'Italia può funzionare, tanto più che lo usa come fonte primaria per la produzione di energia?

La guerra scatenata da Mosca in Ucraina mette a rischio i rifornimenti.

Cerchiamo di capire più nel dettaglio la situazione qui su Facile.it, specialista nel confronto di offerte luce e gas online.

Gas: confronta le tariffe
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Maggiore fornitore

Il 40% del gas oggi consumato nel nostro Paese viene dai giacimenti della Russia, che per ora è il nostro principale fornitore (e il quinto sul fronte del petrolio). Di certo, per il momento il nostro Paese non può fare a meno del suo gas. Vediamo se e come sarà possibile rimediare.

Per ora nessun blocco

Va premesso che il 5 Aprile il colosso dell'energia russo Gazprom ha reso noto che il transito di gas attraverso l'Ucraina procede normalmente. Lo ha riportato l'agenzia Bloomberg. Il flusso di gas attravreso l'Ucraina, prosegue Gazprom, oggi è pari a 109,5 milioni di metri cubi al giorno.

Fornitori alternativi

Detto questo, l'evoluzione del conflitto potrebbe cambiare la situazione. Quello che sta accadendo rende opportuno cercare fornitori alternativi o aumentare la fornitura da parte di altri Paesi, per diminuire la dipendenza dalla Russia. Una prospettiva su cui il Governo Draghi sta lavorando, con risultati che verificheremo.

70 miliardi di mc l'anno

L'Italia nel 2020 e nel 2021 ha consumato, ogni anno, complessivamente circa 70 miliardi di metri cubi di gas (in anni precedenti è arrivata anche a 80). Con questo gas produciamo soprattutto calore ed energia elettrica; poi - risulta dai dati di Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) - pesano l'uso domestico, industriale, per commercio e servizi. Come già sottolineato, dei 71,34 i miliardi di metri cubi ricevuti nel 2021 dall'Italia, il 40% viene dalla Russia. Il resto arriva da Algeria (30%), Azerbaigian (10%, col nuovo corridoio Tap), Libia (4,3%), Norvegia, Olanda e Qatar.

Arriva anche con le navi

In alternativa ai gasdotti, approda via mare, con le navi, una piccola quota di gas naturale liquefatto (GNL), soprattutto quello di Qatar e Nigeria (ora anche dagli Usa e forse presto pure dall'Australia); però si deve contare su grandi impianti di rigassificazione sulla terraferma. Oggi ne esistono solo tre nelle province di Rovigo, Livorno e La Spezia, capaci di trattare teoricamente circa 16 miliardi di metri cubi l'anno. Si potrebbero realizzare nuovi rigassificatori a Falconara, Porto Empedocle e Gioia Tauro, arrivando a 20 miliardi di metri cubi totali. Tuttavia occorre tempo per costruirli e spesso la popolazione locale non li vuole.

Pochi giacimenti nazionali

Nel nostro Paese non si trovano giacimenti di gas? Sì, ma ne produciamo pochissimo: poco più di 3 miliardi di metri cubi l’anno; il Governo vorrebbe arrivare a 5 miliardi. Nel corso degli ultimi anni la produzione nazionale - che vent'anni fa era intorno ai 10 miliardi - è stata, per scelta, in costante calo (erano ancora 6,9 miliardi nel 2015).

Soprattutto offshore

Sono un migliaio i giacimenti italiani, di cui solo 514 davvero attivi, con la Basilicata in testa (seguono Sicilia, Emilia Romagna e Molise). Sul sito della Snam, si legge che le riserve certe stimate dalla Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del Ministero dello Sviluppo economico si attestano attorno a 38 miliardi di metri cubi; il 52% è in giacimenti offshore (in mare aperto). Le riserve probabili e possibili ammontano a circa 76 miliardi di metri cubi.

Lo stoccaggio sotterraneo

Ciò non toglie che le risorse nazionali siano insufficienti. Attualmente parte del gas prodotto o importato è stoccato in strutture geologiche sotterranee. Però si tratta di riserve d'emergenza, concepite per situazioni normali e sufficienti per pochi mesi di consumi.

Diversificare le fonti di energia

Quindi sostituire il gas russo, anche in parte, a breve termine è pressoché impossibile. Ciò non toglie che questa situazione debba incoraggiare a cercare fonti alternative, possibilmente non inquinanti; come per altro prevede il piano di rilancio europeo concepito nel corso dell'emergenza sanitaria.

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