Pensioni 2027, doppia rivalutazione: contributi +6,33% e assegni in aumento fino al 3,1%


Nel 2027 le pensioni cambieranno per due ragioni. Chi lascia il lavoro il prossimo anno trova i contributi accumulati rivalutati del 6,3359%, il valore più alto da oltre trent’anni. Chi è già in pensione riceverà da gennaio l’adeguamento all’inflazione, che le stime collocano tra il 2,9% e il 3,1%.p
Ci sono però anche due elementi che frenano gli aumenti: i nuovi coefficienti di trasformazione, più bassi per tutte le età, e la scadenza a fine 2026 della maggiorazione extra sulle pensioni minime. Di seguito i numeri per capire quanto potrebbe cambiare l’assegno, le scadenze da segnare e cosa significa un importo più alto per chi sta valutando un prestito con cessione del quinto.
- I contributi maturati fino al 2025 sono rivalutati del 6,3359% per le pensioni che partono nel 2027, ma i coefficienti di trasformazione scendono: a 67 anni passano al 5,514%.
- Per gli assegni già in pagamento la perequazione è stimata tra il 2,9% e il 3,1%. Il dato ufficiale arriverà con il decreto del MEF atteso a novembre.
- La rata della cessione del quinto dipende dalla pensione netta: un assegno più alto può ampliare la quota cedibile.
Sommario
Inflazione in risalita e Manovra 2027 in arrivo
L’adeguamento delle pensioni del 2027 arriva in un anno in cui i prezzi hanno ripreso a correre. Secondo i dati definitivi Istat di settembre 2026, l’inflazione ha raggiunto il 4,2% su base annua e l’inflazione acquisita per il 2026 è al 3,1%. L’indice FOI senza tabacchi, quello usato per rivalutare le pensioni, ha segnato un aumento tendenziale del 4,0%. Per questo la perequazione 2027 sarà più ampia di quella di quest’anno, che si era fermata all’1,4%.
Mercoledì il Consiglio dei Ministri ha approvato anche il disegno di legge di Bilancio 2027. Sul fronte previdenziale, il Governo ha annunciato un fondo di circa 850 milioni di euro per nuove forme di flessibilità in uscita. Tra le ipotesi c’è il pensionamento a 64 anni con 36 anni di contributi, ma requisiti e platee saranno definiti con un provvedimento successivo. Il testo deve ancora passare in Parlamento.
Per chi va in pensione nel 2027: il montante cresce del 6,3359%
Il dato arriva dalla nota Istat diffusa dal Ministero del Lavoro: il tasso annuo di capitalizzazione relativo al 2026 è pari a 0,063359, che corrisponde ad un coefficiente di 1,063359. Si applica al montante contributivo accumulato fino al 31 dicembre 2025 di chi ottiene la pensione nel 2027, per la parte calcolata con il sistema contributivo. I contributi versati nel 2026 si aggiungono senza essere rivalutati.
Il meccanismo è fissato dalla legge 335 del 1995, la riforma Dini. Ogni anno i contributi accantonati vengono rivalutati in base alla media quinquennale del PIL nominale calcolata dall’Istat. La legge prevede che il coefficiente non possa scendere sotto 1: se il PIL cala, i contributi non si riducono e la differenza viene recuperata sulle rivalutazioni successive.
Il valore del 2026 prosegue una serie di rialzi: il tasso era del 3,6622% nel 2024 e del 4,0445% nel 2025. C’è anche un effetto sulla scelta della data di uscita: nell’anno in cui si cessa il lavoro, la rivalutazione non si applica. Per questo chi lascia il servizio a dicembre 2026 non beneficia del tasso del 2026, mentre chi resta fino a gennaio 2027 sì.
I nuovi coefficienti di trasformazione frenano l’aumento
Il montante rivalutato viene poi convertito in pensione annua con il coefficiente di trasformazione, che dipende dall’età di uscita. Dal 1° gennaio 2027, entra in vigore la revisione biennale disposta dal decreto direttoriale del Ministero del Lavoro e del MEF di ottobre 2026.
I valori scendono per tutte le età, da 57 a 71 anni. La riduzione va dall’1,21% all’1,97%. A 67 anni, l’età della pensione di vecchiaia, il coefficiente passa dal 5,608% al 5,514%. I nuovi valori partono dal 4,153% a 57 anni e salgono al 4,725% a 62 anni e al 5,166% a 65 anni.
Ecco un esempio pratico, con un montante di 200.000 euro al 31 dicembre 2025, senza considerare i contributi del 2026 e con uscita a 67 anni:
- applicando il coefficiente di rivalutazione 1,063359, il montante sale a 212.671,80 euro;
- moltiplicato per il coefficiente del 5,514%, dà una pensione lorda di circa 11.727 euro l’anno, cioè circa 902 euro al mese su 13 mensilità;
- senza rivalutazione, lo stesso montante darebbe circa 11.028 euro l’anno.
La rivalutazione vale quindi circa 699 euro lordi in più all’anno e compensa la riduzione del coefficiente.
Dal 2027, cambiano anche i requisiti: per la vecchiaia serviranno 67 anni e 1 mese, mentre per l’anticipata ordinaria serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Nel 2028, l’età di vecchiaia salirà a 67 anni e 3 mesi.
Per chi è già in pensione: la perequazione per scaglioni
Gli assegni già in pagamento si adeguano al costo della vita in base alla variazione media annua dell’indice FOI. Le stime più recenti la collocano tra il 2,9% e il 3,1%.
Gli scaglioni si calcolano sul trattamento minimo del 2026, pari a 611,85 euro:
- 100% dell’indice fino a quattro volte il minimo, cioè 2.447,40 euro lordi al mese;
- 90% sulla quota compresa tra 2.447,40 e 3.059,25 euro;
- 75% sulla quota che supera 3.059,25 euro.
Applicando le due ipotesi di rivalutazione, gli aumenti mensili lordi stimati sono questi:
| Pensione lorda mensile | Aumento con il 2,9% | Aumento con il 3,1% |
|---|---|---|
| Trattamento minimo (611,85 €) | +17,74 € | +18,97 € |
| 1.000 € | +29 € | +31 € |
| 2.000 € | +58 € | +62 € |
| 3.000 € | +85,40 € | +91,29 € |
Per la pensione da 3.000 euro il calcolo combina due fasce. I primi 2.447,40 euro sono rivalutati al 100%. I restanti 552,60 euro sono rivalutati al 90% dell’indice, cioè 2,61% o 2,79%.
Sono importi lordi: sull’aumento pesano Irpef e addizionali, quindi la cifra accreditata sul conto sarà più bassa.
Le scadenze da segnare
La percentuale ufficiale sarà fissata dal decreto del Ministero dell’Economia atteso nella seconda metà di novembre. Gli importi aggiornati arriveranno da gennaio 2027 in via provvisoria. L’eventuale conguaglio con il dato definitivo dell’inflazione è atteso con la rivalutazione dell’anno successivo. Sul risultato finale peseranno anche le decisioni della legge di Bilancio.
Pensioni minime: cosa succede senza la maggiorazione dell’1,3%
Per chi riceve il trattamento minimo la situazione è meno lineare. Nel 2026 chi ha il minimo riceve anche una maggiorazione straordinaria dell’1,3%, che porta l’assegno a 619,80 euro. Questa maggiorazione è prevista fino al 31 dicembre 2026 e non entra nella base su cui si calcola la rivalutazione.
Se la Manovra non la proroga, con un adeguamento del 2,9% il minimo salirebbe a circa 629,59 euro. Rispetto a quanto incassato oggi, l’aumento effettivo sarebbe di circa 10 euro al mese e non di quasi 18. Al momento il Governo non ha annunciato né la proroga né un aumento specifico delle minime: lo chiarirà il testo definitivo della legge di Bilancio.
Resta aperto anche il tema dell’indice usato per la rivalutazione. L’Anap Confartigianato propone di agganciare per legge l’adeguamento delle pensioni al dato dell’inflazione certificato dall’Istat, invece che all’indice FOI.
Assegno più alto e cessione del quinto: cosa cambia per chi chiede un prestito
L’aumento di gennaio interessa anche i pensionati che stanno valutando un prestito con cessione del quinto. In questa forma di finanziamento, la rata viene trattenuta direttamente sulla pensione e non può superare un quinto dell’importo netto. Un assegno più alto amplia quindi la quota cedibile: ogni 50 euro netti in più al mese aumentano di 10 euro la rata massima sostenibile, e con essa la somma che si può chiedere a parità di durata.
Il momento in cui l’aumento diventa misurabile è il primo cedolino del 2027, quando si conosce l’importo netto effettivo su cui calcolare la quota cedibile.
La cessione del quinto della pensione ha caratteristiche precise: tasso fisso per tutta la durata, rimborso automatico senza bonifici da ricordare e copertura assicurativa obbligatoria. Con la convenzione INPS 2026-2029 le pratiche sono diventate interamente digitali, con codici OTP al posto del vecchio codice identificativo.
Tassi e tetti TAEG per età
Per i prestiti concessi nell’ultimo trimestre del 2026, l’INPS ha fissato il tasso medio della cessione del quinto della pensione al 14,23% fino a 15.000 euro e al 9,88% oltre questa soglia.
Per chi si rivolge a banche e finanziarie convenzionate con l’INPS c’è anche un tetto al TAEG, che comprende interessi, spese e assicurazione. Il tetto dipende dall’età che si avrà alla fine del piano, non da quella al momento della firma. Per i prestiti fino a 15.000 euro i limiti sono i seguenti.
| Età a fine piano | Tetto TAEG |
|---|---|
| Fino a 59 anni | 10,26% |
| 60-64 anni | 11,06% |
| 65-69 anni | 11,86% |
| 70-74 anni | 12,56% |
| 75-79 anni | 13,36% |
Sopra i 15.000 euro i tetti vanno dall’8,02% all’11,12%. Oltre i 79 anni a fine piano non c’è un limite convenzionale e vale direttamente la soglia antiusura. Il costo cresce con l’età anche perché aumenta il prezzo della polizza vita obbligatoria.
I tetti sono valori massimi, non il tasso che ogni pensionato pagherà. Il costo effettivo dipende dall’offerta del finanziatore e dal profilo di chi chiede il prestito. Prima di firmare conviene confrontare più preventivi e guardare TAEG e importo totale da restituire, non solo la rata. Conta anche la durata: un piano più lungo comporta più interessi e sposta in avanti l’età a fine piano, e quindi il tetto che si applica.
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