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Potere d'acquisto in Italia: ecco di quanto è calato negli anni in base al reddito

Pubblicato il 04-07-2024 | Aggiornato il 04-07-2024 | 3 min di lettura | Pubblicato da
marco brando
Marco Brando
Donna che calcola le spese e tiene in mano un portafoglio vuoto

Nonostante il recente taglio delle aliquote dell’Irpef, ovvero imposta sul reddito delle persone fisiche, e l'introduzione dell'assegno unico, il potere d'acquisto delle famiglie italiane è sceso molto negli ultimi 10 anni.

Quali sono i principali fattori che hanno condotto a questo calo, e come cambia la situazione a seconda del reddito? 

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Famiglie numerose e redditi medio-bassi

Come anticipato, nonostante la recente riforma delle aliquote Irpef e l'introduzione dell'assegno unico, negli anni si è registrata una progressiva e notevole riduzione del potere d'acquisto delle famiglie italiane.

La situazione è particolarmente critica per quelle che hanno più di un figlio e per quelle con redditi medio-bassi. In particolare, le famiglie con più di tre figli hanno perso tra i 160 e i 328 euro di potere d'acquisto tra il 2014 e il 2024, tuttavia anche per le famiglie con un solo figlio la perdita è considerevole (circa 328 euro).

Dati emersi dal rapporto

Tale situazione è stata segnalata dall’ultimo rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), diffuso a giugno 2024. Vi si legge che: "Per redditi 2024 tra 10.000 e 30.000 euro la riduzione del reddito disponibile rispetto al 2014 oscilla tra 96 euro (a 15.000 euro di reddito) e 351 euro (in corrispondenza di 25.000 euro). Un contribuente che oggi percepisce 35.000 euro di imponibile vede invece incrementare il reddito disponibile rispetto al 2014 di 85 euro per effetto della minore aliquota media".

Continua il rapporto: "Per redditi superiori l’effetto del drenaggio fiscale nei dieci anni considerati rimane pressoché costante, mentre il contributo delle riforme si riduce, riportando l’effetto netto in territorio negativo. A 100.000 euro di reddito l’aggravio di imposta rispetto al valore a prezzi attuali dell’imposta pagata nel 2014 a parità di capacità contributiva supera di poco 1.000 euro. Fanno eccezione i redditi da 35.000 euro, che beneficiano di un aumento di 85 euro grazie all'abbassamento dell'aliquota".

L’erosione inflattiva

Inoltre l'aumento dell'inflazione, che ha colpito maggiormente le famiglie italiane, ha vanificato in parte gli effetti del taglio delle tasse Irpef e la conseguente riduzione del prelievo fiscale di circa 3 punti percentuali. 

Per i consumatori non c’è stato un effetto favorevole perché l’inflazione ha fatto aumentare la pressione fiscale del 3,6%, e il saldo sul potere d’acquisto è così divenuto negativo di 0,6 punti percentuali. Se si considera l'inflazione, le aliquote medie effettive di tassazione sono più alte rispetto al 2014 per la maggior parte dei redditi. Infine, l'introduzione dell’assegno unico ha favorito moderatamente soltanto le famiglie con molti figli.

L'indicizzazione dell'Irpef

L'Upb evidenzia come il problema principale consista nella mancata indicizzazione del meccanismo di calcolo dell’imposta in base alla variazione del potere d’acquisto. Questo sistema, se fosse adottato, eviterebbe la riduzione del valore effettivo del taglio delle tasse causato dall'inflazione.

Il potere d'acquisto

Scrive l’Upb: “Per cogliere l’effetto sul reddito disponibile in un tempo medio-lungo è necessario tenere conto dell’impatto del drenaggio fiscale (fiscal drag), ovvero dell’incremento del prelievo derivante dalla mancata indicizzazione del meccanismo di calcolo dell’imposta in funzione della variazione del potere d’acquisto”. Un problema che si è riproposto a causa della forte "crisi inflazionistica iniziata nel 2021 e protrattasi fino al 2023".

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