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Conto corrente: ecco quando l’Agenzia delle Entrate può effettuare un accertamento

26 mag 2025 | 6 min di lettura | Pubblicato da Giusy Iorlano

persone controllano conto corrente sullo smartphone

Il conto corrente è uno degli strumenti finanziari più utilizzati da cittadini, professionisti e imprese. Ogni giorno milioni di operazioni – dai bonifici ai prelievi, dai pagamenti con carta alle ricariche – transitano attraverso i conti bancari.

Ma se da un lato è comodo e sicuro gestire il denaro in modo tracciabile, dall’altro va tenuto presente che proprio questa tracciabilità rende il conto corrente anche un punto di osservazione privilegiato per il Fisco. Approfondiamo su Facile.it, comparatore tra offerte di conti correnti.

Conti Correnti: trova il più vantaggioso
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Molti contribuenti non sanno, infatti, che, in determinate circostanze, l’Agenzia delle Entrate può controllare il loro conto corrente. E non si tratta solo di situazioni estreme: a volte bastano delle incongruenze tra le entrate ufficialmente dichiarate e i movimenti bancari per far scattare un accertamento.

Quando l’Agenzia delle Entrate può controllare il conto corrente?

È importante chiarire subito un concetto: l’Agenzia delle Entrate non può controllare liberamente tutti i conti correnti dei cittadini. Serve un presupposto, un'indizio che giustifichi un controllo. E questo indizio può essere un’anomalia nelle dichiarazioni fiscali, un movimento sospetto, una segnalazione da parte di altri enti o semplicemente un incrocio di dati che non torna.

In altre parole, l’accesso al conto corrente è sempre e comunque legato a un’indagine o a un accertamento specifico. Ad esempio, se si dichiara un reddito annuo di 10mila euro, ma nel frattempo si effettuano versamenti sul proprio conto per 30mila, è probabile che il Fisco voglia capire da dove arrivano quei soldi in più.

Non solo, a volte può essere sufficiente che il contribuente non effettui affatto dei prelievi o dei movimenti sul proprio conto corrente. Questo può bastare per attirare l’attenzione del Fisco e far nascere un’indagine: l’idea è che si nascondino redditi non dichiarati e quindi vi è il sospetto di una evasione fiscale.

Sotto la lente del Fisco possono finire anche i conti cointestati o anche quelli intestati al coniuge o ad un familiare del contribuente. Elementi sintomatici sono “il rapporto di stretta familiarità, l’ingiustificata capacità reddituale dei prossimi congiunti nel periodo di imposta considerato, l’infedeltà delle dichiarazioni e l’esercizio di attività da parte del contribuente compatibile con la produzione della maggiore redditività riferita a dette persone” (Cass 546/2020).

Non solo, i controlli possono riguardare anche i conti all’estero (per i quali si è tenuti alla compilazione del quadro RW), ma non quelli che si trovano in Paesi che non hanno rapporti di scambio dati con l’Italia (anche se ormai sono solo poco più di una dozzina).

Negli ultimi anni, l’Agenzia, prima con il direttore Ernesto Maria Ruffini e ora con Vincenzo Carbone, ha intensificato i controlli grazie a strumenti tecnologici sempre più avanzati.

Uno di questi è l’Anagrafe dei rapporti finanziari, un gigantesco database in cui confluiscono tutte le informazioni relative ai conti correnti, carte prepagate, investimenti, conti deposito e altri strumenti finanziari intestati ai contribuenti italiani. Le banche e gli uffici postali, infatti, sono obbligate per legge a comunicare ogni anno i dati relativi ai saldi e ai movimenti. L’Agenzia, incrociando questi dati con le dichiarazioni dei redditi, può individuare rapidamente discrepanze e segnali di rischio.

L'analisi dei movimenti può riguardare gli ultimi 5 anni di attività per chi ha presentato la dichiarazione dei redditi, ma non ha incluso determinate voci. Ma occhio: il calcolo dei 5 anni per il controllo partono dalla presentazione della dichiarazione, dunque ci si può ‘sentire liberi’ solo dopo sei-otto anni.

Controllo, questo, che può essere esteso fino a 7 anni per chi, invece, non ha fatto la dichiarazione.

Altro strumento a disposizione dell’Agenzia delle Entrate è l’anonimometro. Si tratta di un algoritmo che consente, tutelando la privacy del contribuente, di analizzare i dati dei conti. Se vengono rilevate anomalie, si attiva la macchina dei controlli.

Cosa succede se viene rilevata un’anomalia?

In Italia non esiste il cosiddetto segreto bancario. Se, dunque, un movimento viene considerato anomalo, l’Agenzia può, così, decidere di approfondire. Ma non agisce a sorpresa: prima di accedere ai dati bancari di un contribuente, deve ottenere un’autorizzazione generalmente rilasciata dal direttore regionale dell’Agenzia delle Entrate o dal comandante regionale della Guardia di Finanza.

Dopo l’autorizzazione, l’Agenzia invia una richiesta formale alla banca a cui chiede gli estratti conto, i documenti relativi ai movimenti sospetti e altre informazioni utili. Una volta ottenuti i dati, li analizza per capire se quei soldi siano stati effettivamente dichiarati al Fisco oppure no.

Uno degli aspetti più delicati riguarda, in particolare, i versamenti sul conto corrente. La normativa italiana, in particolare l’articolo 32 del DPR 600/1973, prevede che i versamenti ingiustificati possano essere considerati come “redditi presunti”. Questo significa che, se si versano soldi sul conto e non si è, poi, in grado di dimostrare da dove provengono (ad esempio, da un prestito, da un regalo documentato, da un rimborso), il Fisco può considerarli come guadagni non dichiarati e quindi tassarli. Lo stesso discorso, in misura minore, vale anche per i prelievi: soprattutto per i titolari di partita Iva, i prelievi non giustificati possono essere interpretati come ricavi in nero.

Quali sono i profili più a rischio?

Sebbene tutti possano essere soggetti a controlli, ci sono categorie più “sensibili” agli occhi dell’Agenzia delle Entrate. I lavoratori autonomi e i liberi professionisti, ad esempio, sono frequentemente sotto osservazione perché gestiscono flussi di denaro variabili e, in alcuni casi, difficilmente tracciabili.

Anche chi gestisce un’attività commerciale, o chi ha più fonti di reddito (come affitti, collaborazioni occasionali, entrate dall’estero), può attirare l’attenzione del Fisco. Ma attenzione: anche un normale cittadino può finire nel mirino se effettua operazioni considerate fuori dall’ordinario rispetto al proprio profilo reddituale.

Ad esempio, un dipendente che dichiara un reddito di 25mila euro lordi l’anno e che, nel corso di pochi mesi, effettua bonifici in entrata per oltre 50mila euro. Se non riesce a spiegare la provenienza di quel denaro, rischia un accertamento e una contestazione di reddito non dichiarato, con relative sanzioni.

Come difendersi in caso di accertamento

Se si riceve una comunicazione dall’Agenzia delle Entrate, il primo consiglio è non ignorarla. Si ha la possibilità di fornire spiegazioni e documentazione per giustificare i movimenti contestati. In molti casi, si tratta semplicemente di chiarire la natura di un versamento o di dimostrare che quel denaro non rappresenta un reddito tassabile.

Ad esempio, se si ricevono dei soldi da un familiare, è utile avere una scrittura privata che certifichi il prestito o la donazione. Se si tratta di un rimborso per una spesa anticipata, basta mostrare la relativa ricevuta. Anche i disinvestimenti (come il riscatto di un fondo o la vendita di azioni) vanno documentati per evitare che vengano interpretati come “guadagni in nero”.

È fondamentale, in ogni caso, conservare tutta la documentazione bancaria e fiscale per almeno dieci anni. Solo così si potrà eventualmente dimostrare in modo puntuale e tempestivo la liceità delle operazioni effettuate. L’onere della prova, è, infatti, a carico del contribuente.

Al contrario, l’Agenzia delle Entrate non è tenuta a portare alcuna prova: è sufficiente il sospetto per far scattare gli accertamenti. Sul punto è intervenuta la stessa Corte di Cassazione che in diverse occasioni ha ribadito che il contribuente deve dimostrare, “per ogni singolo versamento bancario, che le somme non derivano da operazioni imponibili, sottolineando che la prova fornita non può essere generica, ma deve essere analitica e dettagliata” (Cass. n. 17413/2022, n. 24367/2021).

Le conseguenze di un accertamento non giustificato

Se il contribuente non riesce a fornire una valida spiegazione, l’Agenzia delle Entrate può procedere con una rettifica del reddito e calcolare le imposte dovute su quanto ritiene non dichiarato. A questo si aggiungono sanzioni (che possono arrivare fino al 180% dell’imposta evasa) e interessi.

Nei casi più gravi, in cui l’importo evaso supera determinate soglie, può scattare anche un procedimento penale per evasione fiscale, con conseguenze molto serie. Per questo motivo è sempre consigliabile affrontare l’eventuale accertamento con l’assistenza di un consulente fiscale o di un commercialista.

Autore
foto Giusy Iorlano

Giusy Iorlano è giornalista professionista. Laureata presso la Luiss Guido Carli di Roma.

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