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Prestiti e Isee: i finanziamenti vanno dichiarati nel patrimonio mobiliare?

pubblicato da il 6 luglio 2016
Prestiti e Isee: i finanziamenti vanno dichiarati nel patrimonio mobiliare?

Nell’Isee vanno indicati anche i prestiti? La domanda non è per nulla banale se si considera che l'indicatore che permette di misurare la condizione economica delle famiglie italiane tramite la Dsu (Dichiarazione Sostitutiva Unica) è uno strumento ormai indispensabile e necessario per ricevere numerose prestazioni e agevolazioni. In particolare il dubbio che attanaglia molti contribuenti riguarda la possibilità di dichiarare finanziamenti e debiti per abbassare la valutazione del patrimonio mobiliare.

Per la risposta corretta ci viene in aiuto il portale giuridico La Legge per Tutti, ricordando che entrano a far parte della giacenza media del conto corrente, che va dichiarata nella Dsu alla pari di ogni componente attiva mobiliare in possesso, tutte le somme e i valori che transitano nel conto, a qualunque titolo percepiti, compresi quindi gli importi erogati come prestito, cioè da restituire. Viceversa non diminuiscono il patrimonio mobiliare del nucleo familiare i debiti (a meno che non si tratti del mutuo per l’acquisto della prima casa) e i conti correnti in rosso. Ne consegue che le somme che transitano nei conti a titolo di finanziamento vengono a tutti gli effetti considerate come incremento della ricchezza, anche se in realtà non lo sono.

Tecnicamente nella dichiarazione Isee va inserito il valore più alto tra la giacenza media (calcolata sommando le giacenze giornaliere per ogni giorno dell’anno e dividendo la cifra ottenuta per 365) e il saldo al 31 dicembre dell’anno precedente. Qualora l’ammontare del conto corrente sia superiore rispetto alla giacenza media, nella Dsu deve essere inserito il saldo a fine anno, mentre nel caso opposto va inserita la giacenza media.

In definitiva né i prestiti e né i debiti (tranne il mutuo per l'abitazione principale) possono abbassare la valutazione del patrimonio mobiliare. Esiste però una franchigia pari a 6.000 euro che può essere detratta dal totale di tale patrimonio. La franchigia aumenta di 2.000 euro per ogni componente del nucleo familiare successivo al primo, fino a un massimo di 10.000 euro, e si può ulteriormente incrementare di 1.000 euro per ogni figlio, dal secondo in poi, facente parte del medesimo nucleo.

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