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ASPI per i domestici: al datore di lavoro tocca un contributo una tantum

pubblicato da il 1 febbraio 2013
ASPI per i domestici: al datore di lavoro tocca un contributo una tantum

Forse nei mesi scorsi è passata sotto silenzio una delle norme contenute nelle nuova (e, sotto molti aspetti, controversa) riforma del lavoro voluta dall’ormai ex ministro Elsa Fornero, ovvero quella secondo cui in caso di licenziamento di un lavoratore domestico assunto a tempo indeterminato, al datore di lavoro tocca pagare all’Inps un robusto contributo una tantum per finanziare l’ASPI, l’Assicurazione Sociale per l’Impiego.

Questa è solo una delle conseguenze della riforma che, in effetti, nel settore del lavoro domestico ha avuto un impatto importante sulle procedure di licenziamento, un tempo sicuramente più semplici, aggravando di fatto gli oneri a carico del datore di lavoro. Pensate che prima in caso di licenziamento di un domestico non era neanche necessario indicarne la motivazione, né erano previsti ulteriori oneri economici: era sufficiente soltanto rispettare il periodo di preavviso.
Oggi invece (purtroppo o per fortuna a seconda dei punti di vista) al datore di lavoro, nel caso di interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni o dal recesso del lavoratore (quindi anche in caso di licenziamento per giusta causa), spetta versare questo contributo una tantum destinato al finanziamento dell’ASPI.

L’una tantum si calcola sulla base dell’anzianità di servizio e non sulla base delle ore lavorate: ad esempio, per un collaboratore domestico che per un periodo di tre anni abbia lavorato in casa per otto ore alla settimana e per una badante assunta a tempo pieno da tre anni che lavora invece otto ore al giorno, il datore di lavoro dovrà calcolare sempre la cifra di 1.451,40 euro.

Ricordo infine che rientrano nella categoria “lavoratore domestico” colf, assistenti familiari, baby sitter, governanti, camerieri, cuochi e simili nonché coloro che svolgono tali attività in comunità religiose, caserme, comandi militari e comunità senza fini di lucro come orfanotrofi e ricoveri per anziani. Secondo una stima dell’Inps la nuova normativa interessa circa 815.000 datori di lavoro.

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